Un tesoro del 1923 torna al Genoa: al Museo l’orologio d’oro di Renzo De Vecchi

Il cimelio consegnato nel 1923 dalla Federazione italiana giuoco calcio al capitano della Nazionale entra nella collezione della Fondazione Genoa 1893 Ente del Terzo settore. La storia del “Figlio di Dio”, tre volte campione d’Italia in rossoblù, torna così al centro del patrimonio del Grifone grazie a Giuseppe Costa ed Eugenio Segalerba

Un oggetto capace di attraversare più di un secolo di calcio torna oggi nel luogo al quale la sua storia è legata più profondamente. La Fondazione Genoa 1893 Ente del Terzo settore ha acquisito l’orologio d’oro consegnato nel 1923 dalla Federazione italiana giuoco calcio a Renzo De Vecchi, capitano della Nazionale e protagonista assoluto di una delle epoche più importanti della storia rossoblù.

L’orologio entrerà nella collezione del Museo della Storia del Genoa, aggiungendosi ai cimeli che raccontano le origini, i successi e i personaggi che hanno costruito l’identità del club. L’acquisizione è stata resa possibile dai reggenti Giuseppe Costa ed Eugenio Segalerba, che hanno scelto di donare il prezioso oggetto alla Fondazione, consentendone la conservazione e la valorizzazione pubblica.

La documentazione storica colloca la consegna dell’orologio al 15 luglio 1923, durante una cerimonia organizzata a Villetta Serra, allora sede del “Genoa Club”. Le cronache dell’epoca riferiscono che il dono venne offerto a nome delle donne italiane e recava la dedica «A Renzo De Vecchi la Federazione Italiana Giuoco del Calcio».
Il riconoscimento arrivò in un momento particolarmente significativo della carriera del difensore. Proprio nel 1923, infatti, Renzo De Vecchi guidava il Genoa verso uno dei suoi trionfi più prestigiosi, quello dello scudetto conquistato nella stagione 1922-1923 e seguito, l’anno successivo, da un nuovo titolo nazionale. L’orologio non celebrava soltanto il valore tecnico del campione, ma anche la lealtà, la disciplina e l’attaccamento alla maglia dimostrati nel corso della sua lunga esperienza sportiva.
Nato a Milano il 3 febbraio 1894 e morto nella stessa città il 14 maggio 1967, Renzo De Vecchi è considerato il primo grande fuoriclasse del calcio italiano. Cresciuto nel Milan, cominciò a giocare come mezzala sinistra, ma già al debutto in prima squadra, avvenuto il 14 novembre 1909 quando aveva appena quindici anni, venne impiegato nel ruolo di terzino sinistro che avrebbe poi rivoluzionato.
Piccolo di statura ma fisicamente solido, dotato di grande senso della posizione, sicurezza, precisione nei rilanci e capacità di lettura del gioco, si guadagnò presto il soprannome di “Figlio di Dio”. La Gazzetta dello Sport, nel 1911, lo descriveva come un giovane capace di unire forza, maturità, disciplina e senso del dovere, qualità rare per un calciatore ancora adolescente.
La vera svolta della sua carriera arrivò nel 1913, quando il Genoa lo acquistò per 24 mila lire, una cifra eccezionale per l’epoca. Aveva diciannove anni e debuttò in rossoblù il 12 ottobre, nel pareggio per 3-3 contro il Torino. Da quel momento il suo nome divenne inseparabile dalla storia del Grifone.
Con il Genoa vinse tre scudetti. Il primo fu quello della stagione 1914-1915, assegnato dopo l’interruzione del campionato causata dall’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Gli altri due arrivarono nel 1922-1923 e nel 1923-1924, quando Renzo De Vecchi era ormai il capitano, il punto di riferimento tecnico e morale della squadra.
Il suo modo di interpretare il ruolo di terzino cambiò il calcio italiano. Prima di lui il difensore era considerato soprattutto un giocatore incaricato di allontanare il pallone senza particolari compiti di costruzione. Renzo De Vecchi, invece, trasformò il terzino in un elemento attivo del gioco, capace di dialogare con i mediani, impostare l’azione e indirizzare il rilancio con precisione.
Lo storico e giornalista Ettore Berra lo indicò come un autentico innovatore, sottolineando come con lui fosse iniziata una nuova epoca per il ruolo. Il difensore non era più soltanto uno “spazzatore”, ma diventava parte integrante della manovra collettiva.
La sua permanenza al Genoa durò diciassette stagioni. Si ritirò dal calcio giocato al termine del campionato 1928-1929, dopo avere contribuito a costruire una delle pagine più gloriose della storia rossoblù. Nel corso dell’intera carriera venne espulso una sola volta, durante uno spareggio contro la Juventus nel quale l’arbitro allontanò dal campo tre giocatori genoani.
Anche la sua esperienza con la Nazionale fu eccezionale. Esordì il 26 maggio 1910 contro l’Ungheria, entrando dalla panchina nella seconda partita disputata nella storia dell’Italia, che allora indossava ancora la maglia bianca. Aveva sedici anni, tre mesi e ventitré giorni e rimane il più giovane calciatore ad avere vestito la maglia della Nazionale.
Tra il 1910 e il 1925 raccolse 43 presenze e fu a lungo capitano, stabilendo il primato azzurro nonostante la lunga interruzione provocata dalla guerra. Non segnò mai con l’Italia, ma la sua autorità difensiva e il suo ruolo di guida lo resero uno dei simboli della prima fase della storia della selezione nazionale.
Il legame con il Genoa proseguì anche in panchina. Renzo De Vecchi cominciò ad allenare negli ultimi anni della carriera agonistica, quando il club era stato ribattezzato Genova 1893 per l’italianizzazione imposta dal regime fascista. Nella stagione 1927-1928 portò la squadra al secondo posto e ripeté il risultato nel campionato 1929-1930, il primo della Serie A a girone unico.
Dopo un’esperienza alla Rapallo Ruentes, tornò a guidare il Genova 1893 nel 1934, quando la squadra militava in Serie B. Subentrato a Vittorio Faroppa, riuscì a riportare immediatamente il Grifone nella massima serie e conquistò anche la Coppa del Presidente, disputata tra le vincitrici dei due gironi della serie cadetta.
Dopo il ritiro dall’attività tecnica collaborò con diversi settimanali sportivi, mantenendo un ruolo nel dibattito calcistico italiano. La sua figura, tuttavia, rimase soprattutto legata al Genoa, alla fascia di capitano e ai tre scudetti conquistati in rossoblù.
A più di cento anni dalla cerimonia di Villetta Serra, l’orologio d’oro potrà ora essere studiato, esposto e raccontato al pubblico. Non sarà soltanto un oggetto da conservare, ma il simbolo materiale del rapporto tra il Genoa e uno dei calciatori che più hanno inciso sulla sua storia e sull’evoluzione dell’intero calcio italiano.
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